Il segreto della felicità è la libertà. Il segreto della libertà è il coraggio. "- Tucidide. Θουκυδίδης, Thūkydídēs -Atene,ca. a.C. 460 a.C.- dopo il 440 a.C. -
Dal 1764 la voce dell'illuminismo a Milano.

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15 maggio 2011

ELEZIONI IN ALBANIA

Il sindaco uscente di Tirana e leader dell’opposizione socialista Edi Rama ha proclamato questa sera la sua quarta vittoria consecutiva alla guida della capitale albanese, ottenuta con il vantaggio di soli 10 voti nei confronti del suo rivale Lulzim Basha, della destra del premier Sali Berisha. Rama, ha parlato dalla sede del suo partito, davanti alla folla in delirio dopo giorni di ansia per il conteggio delle schede. Berisha ha commentato che si devono aspettare i risultati ufficiali.
Fonte: L'interprete internazionale
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In attesa dei risultati definitivi il leader socialista ai cittadini: "Abbiamo vinto". E di Rama confermato per la quarta volta alla guida di Tirana. Si attende lo spoglio anche per le municipali

Lo spoglio delle elezioni svoltesi ieri in Albania è ancora in corso e i risultati finali forse tarderanno in attesa dello scrutinio per i consigli municipali, ma i risultati parziali delle amministrative, considerate un test di democrazia per il Paese che si gioca l'entrata nell'Ue, sembrano indicare il vantaggio del leader socialista Edi Rama che ha staccato fin dall'inizio il suo principale avversario,Lulezim Basha, di 6 - 8 punti percentuali.
Rama, che si avvia ad essere confermatosindaco di Tirana per la quarta volta, ha dichiarato ai suoi elettori: "Abbiamo vinto", e ha ringraziato i militanti socialisti per l'impegno che ha portato a questo risultato. La coalizione guidata da "Alleanza per il futuro" ha infatti ottenuto la maggioranza nelle principali città del Paese, sorpassando il partito democratico attualmente alla guida dell'Albania con ilpresidente Sali Berisha.
Fonte: Reporter pe la Pace




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1 maggio 2011

ALBANIA - il deputato socialista Erion Brace ha chiesto ufficialmente al ILDKP di denunciare l'ex ministro per falso.

A quanto pare le case non creano problemi solo ai politici italiani. In Albania, dove le elezioni sono alle porte, l'ex Ministro degli Interni Lulzim Basha, candidato del Partito democratico alla carica di sindaco di Tirana, è finito da qualche giorno sotto gli attacchi della opposizione.
A scatenare la bagarre è stato il quotidiano Shekulli, che ha pubblicato l'atto di acquisto di una casa in Olanda in cui l'ex ministro risultava essere cittadino americano.
Erion Brace
Basha è corso subito ai ripari dicendo che si è trattato di un errore del notaio olandese che aveva riportato erroneamente il numero del suo passaporto albanese indicandolo come "statunitense". Ma ovviamente la spiegazione non ha convinto ne' l'opinione pubblica ne' l'opposizione socialista, che per di piu' ha rincarato la dose, rilevando che la proprieta' olandese (dal valore di quasi 200 mila euro che Basha non ha negato di aver acquistato) non compare nella sua dichiarazione rilasciata al ILDHP, l'Alto ispettorato per le dichiarazioni e il controllo delle proprieta', organismo a cui tutti i funzionari pubblici hanno l'obbligo di denunciare redditi e proprieta'.
E la bomba è scoppiata: il deputato socialista Erion Brace ha chiesto ufficialmente al ILDKP di denunciare l'ex ministro per falso. E neanche la versione sul passaporto è passata: Brace l' ha messa in dubbio sfidando l'ex ministro a consegnare il documento il cui numero 0160183 compare nell'atto di acquisto e che secondo Basha indicherebbe un passaporto albanese e non statunitense.
Insomma, guai grossi per Basha, se si tiene conto che la legge albanese non contempla la doppia cittadinanza e i molti albanesi che dopo lunghi soggiorni all'estero hanno acquisito un'altra cittadinanza dovrebbero secondo la legge rinunciare a quella albanese. E adesso la questione, per Basha, si complica davvero: se infatti l'ex ministro è in possesso di un passaporto statunitense, allora risulterebbe ineleggibile
Fonte:CLANDESTINO WEB

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4 marzo 2011

Dentro la crisi albanese

Le ragioni della crisi albanese, il ruolo dell'Unione europea, i legami con l'Italia e i paralleli con le rivolte in Nord Africa. Intervista a tutto tondo con Francesco Strazzari, docente di Relazioni Internazionali presso la Scuola superiore Sant'Anna di Pisa

Sei un profondo conoscitore della situazione in Albania, sia per i tuoi interessi accademici ma anche per i numerosi viaggi fatti in quel Paese. Come hai colto lo sfociare in violenza dell'impasse politica che si trascinava dalle elezioni politiche del 2009?
Fatico a vedere un disegno pianificato dietro alla deflagrazione, anche se non sono invisibili i fattori che hanno indotto ad un “salto di qualità” in un quadro di scontro protratto, privo di sbocchi e avvelenato da prove flagranti di corruzione. La violenza tende sempre a spostare il prezzo delle opzioni politiche, e immancabilmente catalizza un diverso ordine di attenzioni, andando a toccare la questione delle “regole del gioco” e marcando punti di non ritorno. Non da ultimo, una questione eminentemente politica viene ad essere distorta in un fatto di “sicurezza nazionale”.
Il 21 gennaio scorso vi sono state tre vittime. Su chi pesa di più la responsabilità di quanto accaduto? Sul governo di Berisha o sull'opposizione che ha promosso la manifestazione senza curarsi del fatto che avrebbe potuto avere risvolti anche violenti?

Le manifestazioni organizzate dall’opposizione si stavano svolgendo pacificamente da molti mesi ormai, e non credo ci fosse motivo per ritenere che il 21 gennaio le cose si potessero svolgere diversamente. Nel mese successivo si sono viste manifestazioni con decine di migliaia di persone in piazza, e nessuna violenza.
L’Albania è membro a pieno titolo di un patto politico-militare che si chiama Alleanza Atlantica. Tale membership, il cui conseguimento è stato legittimamente sbandierato dal governo Berisha come un evento epocale, ovvero l’ingresso nel club delle stabili democrazie occidentali, àncora l’Albania ad un solido sistema di valori e garanzie liberal-democratiche. Queste riguardano anche la sfera dellagovernance e della sicurezza domestica, a meno che qualcuno abbia mai ritenuto che i rischi di instabilità in Albania sono dati dalla minaccia di invasione di qualche armata straniera, e non dallo spettro di guerra civile che già aleggiò durante la lunga crisi del 1997. Questo per dare maggior forza all’idea che il governo ha piena responsabilità nel garantire l’ordine pubblico e l’espressione del dissenso. L’appartenenza ad un club comporta dei costi in termini diaccountability, trasparenza e rispetto delle regole che lo caratterizzano.
Un governo occidentale che, sfidato da una manifestazione promossa dal principale partito d’opposizione, reagisce all’assassinio di tre manifestanti accusando i propri servizi di sicurezza di tentato colpo di stato è un governo che ammette la propria infondatezza. Va notato che davanti ai morti l’opposizione albanese non ha inneggiato al martirio, né ha indetto “giornate di collera”, per menzionare uno schema che abbiamo visto in azione in una serie di paesi mediterranei in questi giorni. Sui nostri schermi abbiamo visto il leader socialista Rama cercare le parole in italiano per appellarsi civilmente all’Europa.
Dopo gli scontri di piazza all'impasse politica già esistente si sono sommati altri gravi conflitti istituzionali. Su tutti quello tra la procuratrice generale di Tirana, e il premier Berisha. La prima ha emesso degli ordini di arresto dei poliziotti che hanno sparato contro i manifestanti, eseguiti solo recentemente dalla polizia, il secondo l'ha accusata ripetutamente di aver tentato un golpe. Quali gli spazi per uscire da questa impasse rimanendo all'interno di dinamiche e regole democratiche?
Invece che glissare pudicamente su quelle che vengono percepite come “escandescenze balcaniche”, sarebbe interessante se venissero tradotte letteralmente le accuse schiumanti che il presidente Berisha ha scagliato contro i “nemici” che ha identificato un po’ ovunque. Questa traduzione andrebbe a beneficio dell’opinione pubblica internazionale e sarebbe nell’interesse delle migliori ambizioni dell’Albania a collocarsi in una dimensione europea e liberal-democratica.
 Le violenze di piazza hanno prodotto un nuovo livello di scontro; si tratta di un’onda che ha investito in pieno tutte le istituzioni, dalla presidenza della Repubblica alla Procura generale: Ina Rama è stata duramente attaccata come lo sarebbe stato chiunque altro che si fosse trovato al suo posto, e si fosse proposto di attenersi al mandato prescritto dalla Costituzione. Non stiamo parlando di avversari politici, ma di personalità a suo tempo nominate con il gradimento dei berishani.
Questa dinamica di politicizzazione delle istituzioni non infonde ottimismo: uno scontro che non si è ricomposto per mesi e mesi non potrà certo ricomporsi ora, con qualche mercanteggiamento, in presenza di una commissione parlamentare sui fatti del 21 gennaio quale quella voluta da Berisha, sopra e contro le istituzioni preposte a fare luce. Gli esiti sono grotteschi e paralizzanti, con i servizi di informazione chiamati a rispondere ma che non possono farlo a chi non goda dell’attestazione di non essere spia straniera, certificazione che loro stessi sono chiamati rilasciare.
E’ evidente la necessità di attori internazionali capaci di determinazione nella mediazione e nel sostenere processi di riforma politici e istituzionali. Tali processi abbisognano di fiducia, e quest’ultima si basa sul rispetto di condizioni minime di legalità (le regole elettorali, l’accertamento delle responsabilità delle morti, il perseguimento dei reati di corruzione). In ultima analisi, la parola non potrà che tornare a chi la detiene in democrazia secondo i modi prescritti dalla legge, ovvero il popolo tramite elezioni.
Il rappresentante Ue Miroslav Lajčák , si è affrettato a Tirana, per contribuire a risolvere la crisi. Le istituzioni europee riescono a condizionare la politica albanese? Se sì in che termini?
L’UE ha un forte ruolo di leverage nei Balcani, e quindi anche in Albania, in vista di una futura integrazione a cui gli albanesi non vogliono di certo rinunciare. Bruxelles ha dunque carte e condizioni da spendere in corso d’opera, ed è evidente lo sforzo di Lajčák di coinvolgere al tavolo il Commissario europeo per l’Allargamento. In realtà, un ruolo di tale rilievo avrebbe fatto sperare in una reazione un po’ più affilata da parte della “ministra per la politica estera” Catherine Ashton, la quale ha auspicato “riforme pacifiche”. Registro come, ogni volta che si tratta di Albania, le diplomazie tendono all’afasia. Mi sembra che questo atteggiamento rifletta antichi pregiudizi derivanti dal “cliché balcanista”, figlio di una visione orientalista di ciò che avviene oltre Adriatico: l’osservatore occidentale cerca la distanza da un contesto al quale, in fondo, non ritiene di poter chiedere piena coerenza con i propri metri di giudizio.
Uno dei motivi alla base della crisi politica attuale sono le contestate elezioni del 2009. L'OSCE, che le monitorò, pur sottolineando numerosi aspetti problematici, dichiarò che era stato fatto un significativo progresso rispetto alle tornate elettorali precedenti. Come mai questa contraddizione? Fu un errore di valutazione dell'OSCE o strumentalizzazioni della classe politica albanese?
Mi sembra che il punto sia che l’OSCE ha incluso nel suo iniziale rapporto il monitoraggio del processo elettorale fino al giorno delle elezioni. I maggiori problemi però sono emersi successivamente, con il conteggio dei voti, le alleanze post-elettorali e via dicendo. Oggi l’OSCE dichiara che le condizioni in cui si svolgeranno le prossime elezioni saranno ulteriormente migliorate sotto il profilo tecnico, grazie a carte d’identità elettroniche, passaporti biometrici etc. Tutto questo può anche aiutare, ma andrebbe ricordato che le elezioni di maggio saranno locali, mentre il nodo del problema è il non riconoscimento della vittoria elettorale e della legittimità del governo a Tirana, tanto più dopo le dimissioni del vice premier Meta, accusato di tradimento, e filmato infine con le mani nel sacco di un appalto con tangente.
Molti commentatori albanesi hanno sottolineato come l'Albania di oggi non sia quella del 1997, indicando che vi è una parte della società civile, in particolare formata da giovani, che ha più consapevolezza dei valori europei, che comunica attraverso blog e social network con i loro coetanei in tutto il mondo, che insomma si scandalizza per quanto sta avvenendo nel loro Paese. Condividi quest'analisi? Se sì perché non sembrano avere rappresentanza politica?
L’analisi è condivisibile. Credo occorra mettere a fuoco meglio cosa sta accadendo nella struttura sociale dell’Albania, che vive una pressione per molti versi non più “risolvibile” attraverso la valvola dell’emigrazione verso Paesi che vivono anni di crisi economica, e il cui mercato del lavoro si chiude verso i giovani albanesi con studi e qualifiche. Questi ultimi sono sempre più insofferenti verso le regole non scritte della vita in Albania, a partire da corruzione e inefficienze diffuse. Nascono blog, forum e nuove forme di attivismo, spesso permeate da confusione ideologica.
Intanto nel paese aumentano tanto il costo della vita quanto le aspettative di benessere, mentre lo stato, piagato da clientelismo e malversazione, si mostra incapace di fornire un welfare in linea con il rispetto della dignità.
Certo anche tra i giovani è diffusa la presenza di retaggi di appartenenza ad una o all’altra parte politica che derivano da posizioni familiari, ma le carte vanno rimescolandosi. A prescindere da un giudizio sul merito dell’operato dei leader, Berisha appartiene al passato, e per quanto su consiglio diadvisors esterni abbia tentato un paio di operazioni di maquillage, ripropone l’intero arsenale di logiche del ciclo politico della transizione post-comunista. Rama, pur non essendone alieno, e combattendo nella medesima arena politica, ha sconfitto il capo storico socialista, nonché antagonista di Berisha, ed è portatore anche di altri schemi, che tengono in considerazione il punto di vista generazionale e “urbano”.
In queste settimane emerge spontaneo un parallelo tra la crisi albanese e quella italiana: classe politica delegittimata, scontri con la magistratura, risposte scarse alla crisi economica. La ritieni una forzatura? Quali le differenze principali tra i due Paesi?
Qui si entra sul terreno di una comparazione assai difficile, considerate le evidenti diversità di storia, risorse e struttura fra i due Paesi, nonché la differente posizione internazionale. Ricordo quando l’Albania veniva considerata da alcuni commentatori come una sorta di “questione meridionale aggiunta” per l’Italia. Ciò premesso, se si guarda alla direzione di alcune macrodinamiche indotte dalla globalizzazione, così poco rispettose di confini nazionali, se ci si sofferma su alcune distinte pratiche che caratterizzano nel rapporto fra affari e politica sul piano locale, se si appunta l’attenzione sulla superficie dello schema di scontro istituzionale in atto, non mancano elementi di una qualche specularità: in entrambi i Paesi può essere fotografata la difficoltà del superamento di un ciclo politico legato a una leadership che agita ancora retorica del complotto comunista, mentre il paese attraversa una fase di difficoltà economica. Certo lo scontro in Italia è molto più articolato, meno meccanicamente trasmesso, e l’opposizione politica ben più diversificata. A ben guardare tuttavia in entrambi i casi la critica dell’opposizione ha per bersaglio in primo luogo le modalità di acquisizione, esercizio e mantenimento del potere, mentre le diversità sulle opzioni politiche di fondo (ad esempio l’agenda economica) sembrano eclissate.
L'Italia nella storia e attualmente ha relazioni privilegiate con l'Albania. Il silenzio rispetto ai fatti avvenuti a Tirana sono da spiegarsi a tuo avviso come un adeguarsi a una politica comune europea o ad altro?
Certo faceva uno strano effetto nei giorni delle manifestazioni leggere dispacci che rassicuravano circa le condizioni dei cittadini italiani in Albania. Le parole della politica estera italiana in questo momento tradiscono un certo imbarazzo, che tuttavia va messo nel contesto della perdita di una serie di punti di riferimento cruciali nel Mediterraneo, dove il governo italiano si è tradizionalmente appoggiato ad altrettanti uomini forti, diventati sempre più amici negli affari così come nella “guerra al terrorismo”, mano a mano che hanno reciso le proprie radici ideologiche inseguendo caricature sultanistiche e distinguendosi per violazioni dei diritti umani. Ricchissimi, li vediamo cadere uno dopo l’altro dopo aver sparato sulla folla, mentre Al Jazeera sottolinea che l’Italia si distingue fra gli europei, con il primo ministro italiano che dichiara di “non voler disturbare”, e il ministro degli Affari esteri che parla di non interferenza come di “rispetto della ownership”. In questo esatto momento in cui mi chiedi della politica estera italiana Tripoli è in fiamme e gli stranieri fuggono dai campi petroliferi. E’ presto per capire a fondo il senso e la direzione di questi sconvolgimenti, ma è chiaro che se – per dirla con il presidente statunitense Obama - “la Storia è in marcia” l’Italia rischia decisamente di trovarsi fuori dalla storia, o per lo meno a scivolare sul lato sbagliato della stessa. Come la si voglia vedere, storicamente il legame fra Italia, Albania e Libia, non è una pagina bianca... In questi momenti che l’Europa si rivela una risorsa, in quanto fornisce un alibi e schermature in molti sensi.
Vedi dei legami tra quanto sta accadendo nel Nord Africa e la situazione albanese?
Stiamo assistendo alla fuga rovinosa di dittatori che si ritenevano too big to fail, rispetto alla quale non mi risulta che nessun analista o teorico sia stato capace di previsione: dopo la Tunisia, l’Egitto e la Libia resisterò dunque alla ovvia, prudente tentazione di vedere ogni caso come particolare. Credo che emerga piuttosto nitido il ruolo del ‘”fattore transnazionale”, che si propaga orizzontalmente e trasversalmente, anche grazie all’istantaneità delle comunicazioni digitali, e che fa vacillare ordini fondati su false rappresentazioni della democrazia, adottata ad orpello decorativo e svuotata di ogni contenuto. Sistemi plebiscitari “modernizzanti”, tutti improntati alla supposta solidità del rapporto verticale fra popolo e capo supremo. Certo è assai probabile che in ogni singolo caso coesistano pulsioni di emancipazione e posizioni strumentali e reazionarie, ed è necessario prestare attenzione a cosa si sedimenterà, anche in termini di narrazione condivisa. Nei sommovimenti di queste settimane è formulata esplicitamente una richiesta di giustizia sociale e una domanda di rispetto delle libertà che sembrano demarcare il limite oltre il quale il conto degli abusi verrà presentato. Un po’ ovunque vacilla la legittimità di uomini forti improvvisamente spogliati del carisma: all’ultimo momento appaiono in televisione a promettere passi indietro e riforme a cui nessuno crede più, e il giorno dopo si ammalano in esilio. (Davide Sighele)



Fonte: Osservatorio Balcani e Caucaso
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3 marzo 2011

L'opposizione socialista albanese annuncia due nuove grandi manifestazioni a Tirana, l'8 e il 15 marzo prossimi

Belgrado, 3 mar. (TMNews) - L'opposizione socialista albanese annuncia due nuove grandi manifestazioni a Tirana, l'8 e il 15 marzo prossimi, per chiedere le dimissioni del governo di centro destra guidato da Sali Berisha e la convocazione di elezioni anticipate. Lo riferiscono i media locali, precisando che l'8 marzo saranno le donne a guidare il corteo antigovernativo "contro Berisha e le sue critiche verso le donne che ricoprono alte cariche istituzionali" nel paese. La giornata del 15 marzo, invece, è stata scelta perché ricade il terzo anniversario dell'esplosione di un deposito di munizioni a Gerdec, nei pressi di Tirana, in cui 26 persone rimasero uccise ed oltre 300 ferite: una strage nota come la 'Hiroshima albanese' rimasta ad oggi impunita.
Il premier Berisha ha allertato il ministero dell'Interno sul fatto che "pianificano (gli esponenti dell'oppozione) uno sciopero della fame in cinque tende allestite di fronte il palazzo del governo". La crisi politica albanese risale alle legislative di giugno 2009: l'opposizione non ha mai riconosciuto la vittoria di Berisha e boicotta da allora i lavori parlamentari. Il picco delle tensioni è stato raggiunto il 21 gennaio scorso quando quattro manifestanti antigovernativi morirono sotto il fuoco probabilmente aperto dalle forze dell'ordine: per questi fatti sei vertici militari albanesi sono attualmente indagati dalla Procura.
fonte:Virgilio

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3 febbraio 2011

Albania, ancora tensione

LA COMMISSIONE DI INCHIESTA PARLAMENTARE ACCRESCE L’AGITAZIONE TRA LE PARTI POLITICHE


Il premier Berisha accusa il capo dell’opposizione Edi Rama di voler attuare un colpo di Stato. Lui risponde che il capo del governo intende eliminare le istituzioni indipendenti del Paese. In questo clima arrivano anche le minacce di morte al sindaco di Tirana: tre gli arrestati perché sospettati di voler uccidere il leader socialista

Il leader dell'opposizione Edi Rama
TIRANA -
Non accenna a scemare la tensione politica in Albania, con le reciproche accuse del premier Sali Berisha e del capo dell'opposizione socialista Edi Rama di voler attuare un colpo di Stato, il primo ''sfasciando le istituzioni indipendenti dello Stato'', il secondo ''con l'uso violento della piazza''. E in questo clima spuntano le minacce di morte al sindaco di Tirana: tre persone sono state arrestate perché sospettate di voler uccidere il leader socialista. Che però assicura: ''Io vado avanti''. La polizia di Tirana - che ha sventato il presunto attentato e aumentato le misure a protezione di Rama - ha spiegato stamani che i tre fermati erano stati intercettati dai servizi segreti e che in un sms inviato al capo dell'opposizione avevano minacciato: ''Se non ci fai ripagare la macchina bruciata, ti faremo fuori'', riferendosi a una delle auto date alle fiamme in piazza durante gli scontri del 21 gennaio. Segnalazioni erano giunte anche in occasione dell'omaggio alle tre vittime del venerdì nero: la guardia del corpo di Rama era stata avvisata dal comandante della guardia repubblicana, Ndrea Prendi (sul quale pende un ordine di cattura della procura generale, mai eseguito, per la morte dei tre manifestanti), dell'esistenza di un piano per eliminarlo durante il corteo dell'altro ieri. “Io vado avanti”, ha commentato Edi Rama, senza escludere una possibile matrice politica delle minacce o che si sia trattato del progetto di alcuni ''fanatici''. ''In un Paese in cui il primo ministro dice che non ci sarà grazia per il capo dell'opposizione – ha sottolineato -, ci possono essere delle persone messe lì per fare il colpo, oppure dei fanatici che vogliono fare il colpo per poi essere trattati da eroi, come la guardia repubblicana che ogni giorno gode delle lodi del premier'' per aver difeso la sede del governo ''dall’assalto'' dell'opposizione. La battaglia per chiedere elezioni anticipate, dunque, ''andrà avanti, qualsiasi sia il prezzo da pagare - ha assicurato Rama – perché ne' io né nessun altro ha una vita che vale di più di quella di tre uomini, uccisi come i cavalli in un film in bianco e nero del secolo scorso''. Ad accrescere il muro contro muro tra le parti politiche c'è anche la Commissione di inchiesta parlamentare, istituita dalla sola maggioranza per far luce sul 'tentato golpe' del 21 gennaio, che ieri ha richiesto i tabulati telefonici del presidente della Repubblica, del procuratore generale, del capo dei servizi segreti e di Rama e di altri membri dell'opposizione, nei giorni prima e dopo gli scontri. E' l'ennesimo tentativo ''insostenibile e molto pericoloso di incriminare tutto ciò che non è ancora sotto il controllo del governo'', ha commentato Rama. E' Berisha, e non l'opposizione, ha tagliato corto, ''ad attuare un golpe bianco, cercando di sfasciare tutte le istituzioni costituzionalmente indipendenti'' dell'Albania.


29 gennaio 2011

Tirana, in piazza nel ricordo delle vittime L'opposizione vince la sua battaglia


ALBANIA

Tirana, in piazza nel ricordo delle vittime
L'opposizione vince la sua battaglia

In migliaia al corteo pacifico per deporre fiori e candele nel luogo dove una settimana fa sono stati uccisi tre partecipanti alla protesta anti Berisha. Il palazzo del primo ministro difeso da poliziotti e Guardia repubblicana. In corso un'indagine per stabilire la responsabilità degli spari

dal nostro inviato DANIELE MASTROGIACOMOTIRANA - L'opposizione socialista vince la sua battaglia in Albania e domina la scena politica trascinando in piazza 100 mila persone con una manifestazione pacifica, compatta e silenziosa. Anche i timori della vigilia che spingevano la polizia a evocare l'incubo di nuovi incidenti sono stati smentiti. Per un paio d'ore la parte del paese che da un anno e mezzo contesta la politica sociale ed economica del premier Sali Berisha, alla guida di una colazione di centrodestra, si è stretta attorno ad una ventina di parenti delle tre vittime, uccise dai soldati della Guardia repubblicana venerdì 20 gennaio durante i violenti scontri 1 tra i manifestanti e le forze dell'ordine.

GUARDA La cronaca della manifestazione 2

Avvolti da un silenzio carico di tensione, ma soprattutto di dolore, una folla di uomini e donne, di vecchi e di bambini, si è radunata davanti alla sede del Partito socialista. Sono stati distribuiti fiori e candele, assieme a nastrini listati a lutto che la gente si è stretta sul braccio. Avvolto dalle note del Lago dei Cigni di Tchaikovsky e del Requiem di Mozart il corteo si è mosso nel massimo silenzio. Non c'erano stendardi, bandiere, striscioni e cartelli. Solo le foto delle tre vittime - tre uomini - incorniciate e portate a braccio da due ragazze e un ragazzo. Dietro, formando un lungo serpentone che si è snodato per il centro della città, seguivano i parlamentari dell'opposizione, artisti, attori, registi, intellettuali, militanti socialisti, semplici cittadini. Per ossequiare le tre vittime si è fermata l'intera Tirana. I negozi hanno chiuso i battenti, il traffico è scomparso; la gente rimasta a casa per timore di nuovi scontri, ha osservato emozionata dalle finestre. Nonostante un fastidioso piovisco e un freddo pungente, gli albanesi non hanno voluto rinunciare a quello che consideravano comunque, al di là delle posizioni politiche, una loro giornata: una grande prova di forza che riflettesse su una crisi provocata da una paralisi politica da diciotto mesi senza sbocchi.

Edi Rama, leader del partito socialista e sindaco di Tirana, ha preso parte al corteo nel momento più delicato: il passaggio a pochi metri dal palazzo del primo ministro, difeso da duemila poliziotti in tenuta antisommossa, una cinquantina di soldati della Guardia repubblicana, un doppio rotolo di filo spinato e cecchini piazzati nei palazzi vicini. La folla ha sostato a lungo davanti al punto dove sono stati uccisi i tre uomini, sommersi da fiori e candele. Tre gigantografie montate su dei pannelli chiudevano il percorso del corteo e lo obbligavano a piegare lungo l'itinerario prestabilito.

Sali Berisha ha scelto il silenzio. Ha osservato la manifestazione trasmessa in diretta tv dallo studio posto al secondo piano del palazzo che veniva sfiorato dalla massa di manifestanti. Non ci sono state grida, reazioni di rabbia, gesti istintivi che avrebbero potruto provocare la reazione della polizia e dell'esercito. L'opposizione ha dimostrato una maturità politica forse nel suo momento più difficile. Ha mantenuto l'appuntamento, nonostante gli appelli della comunità internazionale a revocarlo, e si è proposta come nuova guida del paese.

Avvolta dalla musica struggente che scandiva la commemorazione funebre, la gente ha baciato, toccato, salutato le foto delle vittime e si è sciolta in un grande abbraccio virtuale. Ma è solo una delle tante tappe di una battaglia che proseguirà nei prossimi giorni. Ci sono tre morti che chiedono giustizia. C'è un'indagine in corso per stabilire le responsabilità degli spari, ci sono sei mandati di cattura nei confronti del vertice della Guardia repubblicana ancora da eseguire. Ci sono un milione di disoccupati e vaste sacche di povertà che premono su un governo votato dalla maggioranza ma ormai sostenuto solo dalla minoranza degli albanesi.
(28 gennaio 2011)

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